mettere in scena il buio

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Questo lavoro nasce come risposta all’invito di Cristina Grazioli che, per Sciami il network diretto da Valentina Valentini, si accingeva a costruire un percorso sulla Luce, poi diventato  SENTIRE LUCE  https://webzine.sciami.com/webzine/numero-9/

E’ un lavoro fotografico che ha origine da tre scatti realizzati nella campagna salentina di fronte a un olivo morente.
Su questi tre scatti sono successivamente intervenuta, attuando un processo di trasformazione.
Ho intitolato il lavoro mettere in scena il buio.
Ho accompagnato questo lavoro con alcune frasi che lo legano al mio percorso nel teatro e all’attenzione per memoria e trasformazione, temi che da sempre accompagnano la mia ricerca visuale.
Naturalmente la luce e il buio sono stati motore di tutto.

Di seguito pubblico le riflessioni che mi hanno accompagnato durante la stesura del lavoro.
A partire da una lettera per Cristina G. che le ho scritto nell’autunno 2020 e non le ho mai fatto avere, passando per ossessive ripetizioni di principi che si ritrovano in quasi tutti i miei atti artistici, fino all’uso di parole d’altri e, come sempre, l’altro privilegiato è Samuel Beckett qui in compagnia di Ennio Flaiano.

Cara Cristina,
rispondo con il piacere dell’amicizia, all’invito per Sciami di Luce. L’invito rappresenta un pungolo a espormi mentre sai quanto mi piacciano, e sempre di più, le zone d’ombra…ma è un invito a riflettere (ragionare) attorno a temi che a entrambe stanno a cuore e dunque grazie dell’invito!
La nostra più che una relazione professionale potrebbe definirsi un’amicizia professionale e a volte credo che tu mi voglia spronare al fare e questo mi va bene, ma vorrei rimarcare il luogo da cui parte il nostro rapporto che è appunto l’amicizia originata questo sì, da un passato teatrale comune.
Come ben sai il mio interesse ora è rivolto ad alcune questioni che possono sembrare lontane tra loro mentre sono tangenti in più punti; non è facile crearne un elenco; questi appunti sparsi dovrebbero essere, se analizzati, in grado di dire le questioni meglio di un elenco.
Diciamo che fatto fuori il teatro, o meglio lo spettacolo, e quel particolare mostrarsi che esso comporta, ho trovato nel lavoro di costruzione visiva su piccola scala una certa soddisfazione.
E così rubo con gli occhi dall’ambiente che mi circonda tutte le linee che riesco a vedere tutte le traiettorie e i punti di contatto e le diverse deviazioni i le direzioni le linee di fuga per poi riportare ciò che sono riuscita a trattenere, nelle mie costruzioni bidimensionali con sfondamenti ed emergenze che superano la superficie.
Composizione certo, ma sto riscoprendo anche la bellezza della sequenza.
Quella in particolare in cui ad ogni passo qualcosa si perde, qualcosa non si fa più visibile o udibile, eppure ancora c’è.
In questa direzione si muove mettere in scena il buio. E’ evidente fin dal titolo un riferimento al teatro e infatti ho visto teatro guardando quella porzione di paesaggio (uliveto) che mi si è presentata inaspettata una notte.
Luce di riverbero da chi sa dove e pochissima. Scatto con smartphone e naturalmente agisce il flash. Faccio tre scatti in sequenza. Facendo in modo che rimanga nella foto una porzione di spazio della precedente nella successiva.
Nel riguardare le immagini scattate riconosco un luogo simile a uno spazio teatrale in fieri, con oggetti pronti per essere agiti.
Nessun essere umano nei dintorni.
Qui il teatro è senza spettacolo tutto è in potenza, il tempo è quello del prima o del dopo.
Ho percepito quell’ambiente aperto
ho sentito la potenza dell’assenza
di spettacolo
di azioni umane di parole, suoni, luci
del costruito a priori
esportabile ovunque
ho percepito, al contrario, l’unicità del luogo
le sue potenzialità.
Alcuni oggetti elementari concreti utili erano lì, semplicemente
non composti ad arte, ma sistemati per un’attività futura.
E’ così che uno spazio famigliare diventa un luogo
uno spazio è neutro finché non ci fai accadere qualcosa.
Nella sequenza che ho costruito successivamente con stratagemmi adeguati, l’immagine si spegne progressivamente
il paesaggio si dissolve nel buio.
Dunque materia della luce il buio.
La luce colpisce un corpo
il corpo riflette la luce
il mio occhio registra il fenomeno
il mio cervello lo decodifica e lo nomina.
Il nero prende tutta la luce
la assorbe
non la respinge.
Qui la luce che ha consentito gli scatti è una luce strana che scolpisce il luogo inquadrato, toglie all’immagine il dato realistico.
Flash = lampo di luce abbagliante di breve durata.
Ho usato il flash che è un dispositivo in grado di emettere lampi di luce in sincronia con l’apertura dell’otturatore.
sua funzione è illuminare una scena notturna (in esterni) buia (in interni)
Fotografare con il flash era agli inizi estremamente pericoloso perché occorreva dare fuoco alla polvere di magnesio al momento di generare il lampo, poi è arrivato il flash a lampadina in cui un filamento di magnesio era racchiuso in un bulbo di vetro.
Oggi il flash è elettronico.

(io agisco per flash/ mi accendo – mi spengo, di colpo. Mi attivo e ho idee luminose come una flashata, ma posso essere spenta senza alcuna illuminazione se…)

Mettere in scena il buio come tutti gli altri miei lavori ha a che fare con la memoria. Memoria dell’immaginario versus la contingenza del reale.
Voglio parlare delle cose che si consumano.
Revisione continua…senza fine. Trasformazione metamorfosi.
Queste immagini contengono la metamorfosi del soggetto fotografato (un paesaggio). E non credo sia stato irrilevante, come motore di creazione, il fatto di trovarmi di fronte a un elemento singolo (un olivo) emblema di un intero paesaggio (il Salento) che si sta definitivamente trasformando (a causa del virus chiamato xylella).
Qualcosa sotto i nostri occhi si riduce via via fino a raggiungere il nero. Un buio dentro al quale esistono infinite possibilità che non si vedono con gli occhi, ma si sentono.
C’è un mistero dentro ciò che chiamiamo realtà. Qui l’osservatore è messo di fronte a un mistero e il tentativo è provocarne una qualche riflessione.

Non si tratta solo di foto al buio, ma che vanno verso il buio.
Nel nostro occhio i bastoncelli si attivano quando guardiamo nel buio.
E infine due parole sulla fotografia: estetica onnipresente che attraversa le sfere pubbliche e private della nostra vita. E’ importante avere questa consapevolezza proprio perché fotografare oggi è facilissimo e non è dal fotografare in sé che può scaturire un lavoro artistico, ma da qualcosa che si decide di fare con la fotografia.

Ma alla fine di tutto, ha senso decodificare e ragionare su una visione? Nel momento in cui il linguaggio spiega un sogno, la visione onirica in sé svanisce, perché diventa qualcosa di concreto e perde quel che essa ha di peculiare: le zone opache e incomprensibili, che stimolano tanto più l’immaginazione, quanto più appunto non si capiscono. L’analisi razionale-critica si tramuta nel peggiore dei casi in una serie di parole confuse che falliscono nel tentativo di descrivere e trattenere la luce accecante delle apparizioni. Spero con queste mie parole di non essere caduta in questo inganno

Un abbraccio
Pier

 

frammento di paesaggio particolare luce notturna attrezzi concreti
palcoscenico ideale
teatro senza umani eppure potentemente umano e in divenire pur se immobile

pochissima luce di riverbero giunge da chi sa dove
inquadro con lo smartphone e scatto tre volte in sequenza
faccio in modo che una porzione della foto precedente resti nella successiva

mettere in scena il buio
sconfinamento tra visibile e invisibile

lampo abbagliante di breve durata

la luce che ha consentito gli scatti scolpisce il luogo inquadrato
toglie all’immagine il dato realistico
il flash è in grado di emettere lampi in sincronia con l’apertura dell’otturatore

fotografare con il flash era agli inizi estremamente pericoloso perché occorreva dare fuoco alla polvere di magnesio al momento di generare il lampo
poi è arrivato il flash a lampadina in cui un filamento di magnesio era racchiuso in un bulbo di vetro
oggi il flash è elettronico

15 mosse e l’immagine si spegne progressivamente
materia della luce il buio
c’è sempre un mistero dentro ciò che chiamiamo realtà.

messa ai margini la forma spettacolo e quel particolare mostrare/mostrarsi che essa comporta
recentemente trovo nel lavoro di costruzione visiva su piccola scala una certa soddisfazione

rubo con gli occhi dall’ambiente che mi circonda tutte le geometrie che riesco a vedere
le traiettorie i punti di contatto le diverse deviazioni le molteplici direzioni e linee di fuga
per poi riportare all’interno di costruzioni bidimensionali ciò che sono riuscita a trattenere

composizione e ricerca della giusta sequenza
quella per cui a ogni passo qualcosa si perde
qualcosa non si fa più visibile o udibile

mettere in scena il buio ha a che fare con la memoria e ragiona attorno alle cose che si consumano
qualcosa sotto i nostri occhi si riduce via via fino a raggiungere il nero
metamorfosi del soggetto fotografato

un buio dentro al quale esistono infinite possibilità che non si vedono
negazione dell’immagine/potenzialità dell’immagine

fotografare oggi è facilissimo e non è dal fotografare in sé che può scaturire un lavoro artistico
bensì da ciò che si decide di fare con la fotografia.

 

paesaggio con ulivo morente
verso una sua rinascita ad arte
estate 2020 salento, puglia
© pierangela allegro

 

 

firma_pierangela_allegro