in contrappunto

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Camminare nell’arte come si cammina nella vita,
lasciando impronte.
A noi scegliere se imprimerle su la neve o il bronzo fuso.

Tam Teatromusica, luogo della mia autoformazione, è oggi un collettivo di artisti raccolti all’interno di una casa comune dove ognuno sviluppa percorsi autonomi, ma in origine interesse primario dei fondatori è stato compiere una ricerca sul linguaggio. Ricerca tesa ad allargare i confini del teatro, individuando strutture nuove del fare e trovando allo stesso tempo nuove parole per descriversi.

Descriversi, definirsi, avere un ruolo è forse il primo passo che porta alla riconoscibilità.
Ma è anche porre limiti a qualcosa che si vorrebbe fluido, di passaggio, in perenne trasformazione, indecifrabile a volte.
Per questo attrice autrice ma anche drammaturga performer compositrice, ma anche conduttrice di laboratori e promotrice di eventi culturali, sono solo definizioni per dare un nome ai diversi sguardi con cui ho guidato il mio fare, in un percorso lungo trent’ anni, riconducibili tutti ad un modo di intendere l’arte piuttosto che l’essere artista.

Ognuno dei diversi luoghi attraversati mi ha restituito il piacere della scoperta, lo stupore dell’inatteso, la necessità di andare oltre, la consapevolezza del limite.

Mi ha dato forma anche se solo per un breve tempo, il tempo necessario a cancellarmi per potermi scrivere ancora.

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Pierangela Allegro _ scritto dentro/2013

 

Scrittura compositiva intrecciata alla scena

Nel teatro da cui parlo tutto è scrittura. Lo è il corpo, la voce, la partitura dei gesti, lo spazio illuminato e lo spazio buio, la sequenza delle azioni o la loro sovrapposizione, la struttura sonora.

Dire che cosa riveli la scrittura non è compito di chi scrive ma di chi legge.

Non è auspicabile fornire interpretazioni. Si può però mettere in luce la pratica.

Se il contrappunto è una tecnica musicale che mette in relazione le singole linee melodiche con il tutto, il titolo in contrappunto qui utilizzato, segnala una pratica attraverso la quale ogni singola linea di scrittura viene in-scritta in un disegno comune. Scrittura parola, scrittura voce, scrittura corpo, scrittura segno, scrittura suono, scrittura spazio, si intrecciano e scrivono la scena.

Torniamo per un momento ai confini, alle definizioni che ci sono necessarie per comunicare. Drammaturgia e regia sono termini che afferiscono a un teatro che mantiene slegati e autonomi il momento della scrittura da quello della messa in scena, tanto che drammaturgia precede e in-forma le successive scelte registiche; nella mia esperienza i due momenti sono al contrario strettamente intrecciati, tanto da creare sincretismo anche nei ruoli per cui “regia” ha la responsabilità del risultato finale ma si incarica spesso di essere anche motore ideativo e “drammaturgia” ragiona in termini di scrittura come traccia, non in astratto, bensì in stretta relazione alla scena.

Nel teatro da cui parlo “regia” è sostituita da “composizione” e in scena non si ambisce allo sviluppo di una vicenda, bensì si elaborano accostamenti visivi e sonori secondo un criterio che ragiona in termini di ritmo, simmetrie, ripetizioni, solismi e coralità componendo allo stesso tempo sul registro sonoro e su quello delle immagini.

E “drammaturgia” è sostituita da “scrittura” infatti si tratta di scrivere le forme nate nel laboratorio, contrappuntandole nello spazio tempo reale e oggettivo della scena segnalando visioni comunicative potenziali a cui la composizione finale si incaricherà di dare ordine.

A questo ordine finale normalmente io mi sottraggo. Per definire la giusta sequenza, soprattutto quella “ultima” occorre una predisposizione che non mi riconosco. E’ anche per questo che ho scelto il teatro come luogo di sintesi perchè mi piace lavorare con altri, mettere il mio fare in relazione ad altri, alternare il lavoro solitario con quello in compagnia.

Trovare un mio posto nell’insieme del tutto. Pur senza definirmi in un ruolo, ho coltivato la scrittura come strumento privilegiato d’azione.

Scrittura non come atto centrale, ma come contrappunto costante e indispensabile al fare scenico.

Tre diverse pratiche di scrittura

La prima a cui faccio riferimento è scrivere con le parole ovvero la scrittura come sigillo di un’esperienza.

Nel mio percorso ho usato le parole per de-scrivere un’esperienza di teatro realizzata con i detenuti del carcere di Padova. Parole che sono “finite” in un libro dal titolo tutto quello che rimane.
Nell’incipit una sorta di dichiarazione:

Nelle pagine che seguono ho cercato di tradurre in scrittura un’esperienza vissuta e ora mi domando se mettere sulla carta un’esperienza vissuta non sia chiuderla. Forse è anche aprire nuove vie. Introdurre altre possibilità. Guardare oltre. Ma è pur sempre chiudere con qualcosa che viene prima. Porre un sigillo. Il momento vissuto lascia lascia posto a quello della traduzione e lo sguardo si rivolge altrove. E’ per questo allora che nello scritto ricorrono spesso parole come conoscenza, riflessione, necessità? E poi mutazione, passaggio, attraversamento. Sono parole che indicano una trasformazione. Ma sono parole, appunto. Se le esperienze vanno fatte e non vissute attraverso il racconto di altri, le parole non sostituiranno mai l’esperienza. Possono però segnare un’ennesima trasformazione. Consentire un viaggio che dall’azione porta al pensiero, verso una nuova azione. Questo è l’augurio.

La scrittura dunque come atto che chiude e apre allo stesso tempo.

Le parole in questo caso sono morte per me rispetto alla situazione che descrivono ma sono vive per chi le legge e se ne appropria per proseguire oltre. Oltre l’esperienza e oltre le parole verso un’altra esperienza e verso altre parole. A distanza di tempo, questo, continua ad essere l’augurio contenuto nell’atto della scrittura come sigillo.

Vi è poi una seconda pratica che si riferisce allo scrivere con il corpo e con la voce ovvero la scrittura come laboratorio del corpo e della voce, per cui scrivere con il corpo è usare parole/corpo.

L’alfabeto è composto da azioni al grado zero comprese tra il gesto e l’immobilità di un corpo nello spazio : cadere, rialzarsi, andare verso, tornare a, sostare, tendere, raccogliere, voltarsi…

Scrivere con il corpo è usare questo alfabeto che nell’incontro con lo spazio, la luce, il suono, produce strutture. L’atteggiamento interiore che guida il performer in questa modalità di “scrittura viva” è muoversi come note su uno spartito musicale, come segni sulla tela di un pittore.

Il corpo allora non si farà più carico di essere “personaggio” divenendo una figura allargata i cui confini, esplosi in più direzioni, non lo riconducono a un tipo, a un carattere, a un sentimento ma ne disegnano molti di più. Questa figura allargata non possiede una parola riconoscibile e univoca ma è essa stessa un alfabeto multiforme che chiede di essere decifrato.

tutto è vivo/2008

 

Scrivere con la voce è usare parole/voce. Le parole espresse con la voce sono, nella mia esperienza, prevalentemente eredità di altri autori, furti consapevoli che indicano una predilezione per la riscrittura in grado di trasformare la scrittura originaria in una superficie rugosa, materica, dietro alla quale è sempre possibile intravvedere la precedente superficie, in quanto le sovrapposizioni non cercano di nascondere del tutto ciò che sta sotto, ciò che viene prima.

Il senso sta nell’attingere a ciò che ha già una sua esistenza e che può essere trasfigurato attraverso un successivo intervento per trovarsi a vivere un’altra vita oltre a quella d’origine.

Da quanto detto appare forse chiaro che non mi appartiene la creazione “dal nulla”, ma riconosco una modalità creativa che prende le mosse dall’esistente e non dimentica mai che in origine c’è già tutto si tratta solo di mettere in dialogo o meglio accostare o sovrapporre materie e forme. Tratto la parola/voce come un artificiere circospetto e prudente tratta un esplosivo. Ciò che trattengo, che pronuncio è ciò che non si può non dire.
Nella scelta ridotta all’osso, le parole possono mostrare la loro potenza senza rischiare la confezione del discorso, il realismo del dialogo. La parola/voce è sempre un assolo.

Infine vi è una terza pratica ovvero la scrittura come traccia per la messa in scena.

Ho già detto come “scrittura in scena” sia termine più adeguato rispetto a “drammaturgia”, anche se i tedeschi con il termine Dramatugin definiscono un ruolo più consono a quanto sto delineando.
“Scrittura in scena” in quanto si tratta di scrivere le azioni/forme nate nel laboratorio, per poi restituirle a chi le ha create durante l’improvvisazione e le dovrà in seguito fissare, ma anche per comunicare ai singoli performer le suggestioni ricevute dalle loro azioni e spingerli verso una direzione d’insieme.

In merito alla forma

Una scrittura per la scena che contenga prologo sviluppo epilogo spesso sperimenta una innaturale rigidità e una semplificazione il cui scopo sembra essere (forse) solo quello di offrire una maggior opportunità di comprensione allo spettatore, a questa forma se ne oppone un’altra che procede per brevi archi drammaturgici i quali composti con ordine diverso, sono in grado di creare visioni ogni volta nuove, più mobili, rimodellabili, sperimentando anche la possibilità di dare un diverso ordine ai pezzi in stesure differenti dello stesso lavoro.

La frammentarietà è uno degli elementi presenti nella scrittura di cui sto parlando e può avere un valore strutturale. E’ il caso del testo che si costruisce per somma di frammenti ciascuno dei quali possiede una sua unità e coerenza interna. Il testo è costruito insomma come un mosaico di parti sostanzialmente autonome ognuna delle quali contiene pluralità e allo stesso tempo unicità.

L’uso del frammento diventa quindi lo strumento per una trattazione non vincolata a schemi narrativi tradizionali, libera di inoltrarsi nei meandri più riservati del pensiero umano sia da parte dell’artista che del ricevente (spettatore); inoltre, comporre utilizzando la giustapposizione di un insieme di frammenti, allontana la presunzione di un’assolutezza.

Una scrittura per la scena può, allora avere origine da una frase, anche solo un titolo o un frammento di frase. E’ sempre qualcosa in cui inciampo, qualcosa di non mio che esiste già. Ciò che colpisce la mia attenzione ruota attorno ad alcuni principi quali l’origine, la metamorfosi e l’instabilità della materia, le stratificazioni di elementi e le trasformazioni ad opera del tempo, principi che diventano temi d’ indagine e che sviluppo attraverso un lavoro di traduzione.

Traduzione come passaggio da un medium a un altro per cui il testo letterario o poetico subisce nel passaggio dalla pagina alla scena tagli e ricomposizioni alla ricerca del ritmo giusto per la nuova scrittura.

Ma si dà anche il caso in cui è il dispositivo scenico a provocare una sorta di richiamo verso un autore o un testo.

In questo caso si tratterà di un riverbero tra scena e parola scritta, secondo una modalità che vede il teatro non come messa in scena di un testo ma come scena che chiama un testo a far parte dell’opera.

 

Questo testo è parte di un mio contributo al convegno Le graphie della cicogna. La scrittura delle donne come rivelazione. Università degli studi di Padova.
novembre 2011

 

firma_pierangela_allegro